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Ai lati
alcuni esempi dell'iconografia relativa a Sant'Antonio.
Al centro un saggio del nostro esperto
antropologo Gianfranco.




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La tradizione agiografica
relativa alla vita di Sant’Antonio abate è stata trasmessa da Atanasio,
autore di una biografia dal titolo “Vita di Antonio”, pervenuta in
numerose versioni. Il Santo nacque a Koma in Egitto nel 251 e morì
ultracentenario nel 356, dopo aver condotto una vita di rigoroso
ascetismo trascorsa in gran parte nel deserto egiziano. L’introduzione
del culto di Sant’Antonio abate in Italia è in connessione con il
diffondersi del monachesimo a partire dal IV secolo, mentre la sua
caratterizzazione all’interno del mondo rurale si deve agli Antoniani
(1297), per l’opera di cura prestata contro l’epidemia detta “fuoco di
Sant’Antonio” attraverso l’uso del grasso di maiale, considerato un
potente antidolorifico. Per la stretta relazione tra gli attributi del
santo e le pratiche rituali già presenti nella cultura contadina locale
(accensioni dei fuochi al solstizio invernale, macellazione del maiale e
rapporto di dipendenza economica dagli animali domestici), il culto si è
consolidato nei secoli successivi e la figura di Sant’Antonio abate ha
acquisito nel tempo i suoi caratteri specifici, veicolando una duplice
protezione rituale: degli animali domestici (in particolare del maiale)
e contro le malattie (la peste, lo scorbuto e l’herpes zoster).
La tradizione di Sant’Antonio
abate (17 gennaio) è diffusa in tutto l’Abruzzo in forme rituali
differenti che vanno dalla questua musicale all’interpretazione di vere
e proprie rappresentazioni sacre, dall’accensione di fuochi alla
benedizione degli animali sul sagrato delle chiese. La prima tipologia,
più strettamente musicale, è caratteristica peculiare dell’area
centro-settentrionale, dove il canto di questua è ancora oggi praticato
in un vasto territorio, soprattutto nell’area a ridosso del Gran Sasso:
le squadre di suonatori visitano le case dei paesi e delle contrade
cantando le gesta di Sant’Antonio abate nella lotta contro il Demonio, a
volte accompagnando il canto con brevi teatralizzazioni satiriche. La
figura che maggiormente caratterizza questa specifica forma rituale è
quella di Sant’Antonio, rappresentato da una persona con un saio e un
lungo bastone munito di campanaccio; in misura minore è presente anche
il Diavolo, in veste rossa e forcone, mentre di rado compare San Michele
Arcangelo.
Nell’area centro-meridionale
dell’Abruzzo, nelle zone interne collinari e pedemontane, la
celebrazione della ricorrenza, differentemente, avviene per mezzo di
rappresentazioni sacre secondo due tipologie: un modello lungo
indipendente dalle questue e un modello breve articolato in
rapporto allo schema narrativo delle questue cantate. In entrambi è
presente il tema della lotta di Sant’Antonio abate contro il Demonio, e
dell’intervento risolutore di San Michele Arcangelo.
Nel modello
lungo di Trasacco, il quale appare diffuso in larga parte dell’Abruzzo,
il demonio non viene battuto dal Santo, ma grazie ad un improvviso
intervento soprannaturale di San Michele Arcangelo il quale ha funzione
solutoria, secondo la classica funzione antidemoniaca attribuita
all’Arcangelo nei testi sacri.
A Penna Sant’Andrea, in
provincia di Teramo, il 17 gennaio di ogni anno squadre di suonatori e
cantori entrano nelle case ed eseguono i canti per la festa di Sant’Antonio
abate. È una ricorrenza che coinvolge tutto il paese, le vicine contrade
e le case sparse per le campagne. Le famiglie aprono le porte ed offrono
agli ospiti vino e cellittë - i tradizionali dolci di pasta secca
ripieni di marmellata - in cambio della musica e della benedizione
augurale della casa e delle persone che la abitano, degli animali
domestici e dei prodotti alimentari ricavati dalla macellazione del
maiale. Il rituale si celebra in un’atmosfera di amicizia e di
solidarietà, ed è un’occasione per rinsaldare i rapporti sociali e
ridefinire i legami d’amicizia: non degnare di una visita canora
qualcuno con cui si è in buoni rapporti d’amicizia è considerata
infatti, ancora oggi, una forma di offesa…
L’organico strumentale dei
gruppi è composto dagli strumenti tradizionalmente usati nell’Abruzzo
settentrionale dalle squadre di suonatori per la questua di Sant’Antonio;
il nostro non differisce dagli altri, anche se qualche strumento ce lo
siamo inventato negli anni.
Tra di essi il più rumoroso
è senz’altro quello che noi chiamiamo lu tracaje, con
riferimento ad una località lituana che è rimasta nella nostra memoria;
fu in quello stesso anno che lo ricopiammo di sana pianta agli amici
portoghesi, anche se nelle nebbie alcoliche del ricordo è venuto
piuttosto differente. Il nome in realtà sembra avvicinarsi, come suono,
a quello prodotto dallo strumento; da questo potrebbe forse coniarsi il
verbo tracajare, di cosa che tracaja, cioè di maledetti
pezzetti di legno che sbattendo producono un fracasso spesso
insopportabile, caro Amedeo, nostro tracajista maggiore e minore.
Ricordiamo l’amico Pasquale, falegname di Villa Santa Maria di Basciano,
che ce lo fece qualche anno fa prima di salutarci. Tecnicamente si
tratta di un crotalo (strumento nel quale il suono è prodotto
battendo insieme oggetti simili) appartenente alla famiglia degli
idiofoni (strumenti costruiti con un materiale sonoro naturale), nel
quale il suono è prodotto dalla percussione reciproca di circa trenta
tavolette di legno, tenute insieme da un filo. È uno strumento
particolarmente arcaico, presente nelle più lontane culture; la sua
origine è strettamente legata alla funzione sonora: era usato come
spaventapasseri.
Non possiamo non citare
tutta una serie di cianfrusaglie sonore che accompagnano le nostre
serate, come la checoccë, zucca dalla forma oblunga
sapientemente essiccata che il buon Ernesto riprende in mano nei suoi
infrequenti ritorni in patria; o il famoso tappo tedesco detto
melodico, acquistato in un negozietto di Bayreuth, per i più
pigri. E come dimenticare lu ttivule’ttavule, un lavapanni
in legno di epoca remota suonato sfregandoci sopra una pezzo di legno,
che lasciammo ormai un settennio fa in quel benedetto locale giù nella
valle.
Lu battafochë
maggiore è un tamburo a frizione, formato da una canna di fiume
innestata su di una pelle tesa; al di sotto, come cassa di risonanza,
una botte di dimensioni spropositate, che all’aeroporto di Vilnius
guardavano con sconcerto; per il battafoco minore, invece, ci
accontentiamo di un volgare bidone travestito di sacco. Li costruiscono
Augusto e Tonino, e li sfasciano anche.
Li ciuciombrë
sono i tamburelli, e ce li procuriamo altrove, perché qui da noi non si
trovano più. Gli ultimi ce li ha fatti Raffaele Inserra di Gragnano, in
Campania.
Infine l’organetto a due
bassi, per l’esattezza lu ddu bbottë; in questo caso ne
abbiamo una quantità ancora imprecisata, che circola tutta per le mani
del nostro Domenico Di Teodoro, ddubbottista provetto, oltreche noto
polistrumentista della provincia della zona. È lo strumento più
caratteristico di questa parte dell’Abruzzo, e solo nella nostra
provincia abbiamo quattro laboratori che li producono e li riparano; nel
nostro caso soprattutto riparano, perché ci è anche successo di
ritrovare pezzi di lonza all’interno.
Per il resto si tratta di
chitarre e fisarmoniche, e di organetti fuori
misura e fuori regione, come l’organetto otto bassi, che
“Roccuccio” chiama, con lo stupore di chi non ne ha visti che sempre a
due, lu cendë bassë (il cento bassi). |




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